Forse Sant’Agostino, quando scrisse la celebre frase  “ERRARE HUMANUM EST”  voleva dirci che errare, girovagare qua è là in luoghi diversi, era cosa insita negli uomini. Poi, per un gioco di parole, si accorse che errare avera il doppio significato di andare vagando e sbagliare e quindi scrisse, da buon pensatore cristiano, il seguito della frase!!!

Sicuramente è una mia interpretazione  ma, visto che il nostro filosofo era nato in Algeria, non molto distante dal confine con la Tunisia, e che nella sua giovinezza era stato mandato a Cartagine per studiare, posso ben immaginare come si sia innamorato di quei luoghi, il fascino che il nord della Tunisia poteva avere a quel tempo (lo ha ancora dopo 1700 anni!)  e come sia cresciuta in lui la voglia di continuare ad errare……

Possiamo prendere il consiglio del nostro filosofo e iniziare noi, non a viaggiare ma a errare…. sì perchè l’errare denota la condizione del procedere senza conoscere a priori, senza una mappa, senza un’obiettivo prefissato, e questo é un modo naturale e caratteristico della vita che si fa conoscere mediante l’esplorazione e l’esperienza diretta. E l’errare é una componente essenziale dell’esperienza!

Il viaggio dà all’uomo una possibilità unica: mettersi in contatto con modi di vivere diversi dal proprio, modi di pensare, tradizioni, cibi….a volte molto lontani non per distanza chilometrica ma per abitudini.

Nella nostra letteratura,  il simbolo per eccellenza del viaggiatore è Ulisse. L’eroe omerico nel suo percorso per tornare verso Itaca, la sua amata patria, entrò in contatto con genti sconosciute e sperimentò situazioni nuove e insolite. Il viaggio di Ulisse non va inteso solo come spostamento fisico da un luogo ad un altro; è un punto di partenza per aprirsi a nuove prospettive, un viaggio anche di maturazione della mente che si mette alla prova nell’affrontare i pericoli, nel cavarsela nelle situazioni più diverse.

Anche Ulisse ha un collegamento con la Tunisia: nel suo viaggio approdò nell’isola dei Lotofagi, i mangiatori di loto, individata come l’isola di Jerba. Cercando alcuni dei suoi uomini dispersi, li trovò ospiti dei lotofagi e non fu facile per lui riportarli alla ragione dopo che questi avevano mangiato il fiore di loto che si dice tolga la memoria e i desideri: sembravano aver raggiunto il paradiso, la possibilità di fuggire dai dolori di un viaggio che non offriva più speranze. Bhè, dopo essere stata a Jerba posso dire che, anche senza fiori di loto, si ha la sensazione di essere in paradiso……..

Al giorno d’oggi, come bisognerebbe viaggiare?

Molto carino questo video che dà un’idea dei due tipi di viaggiatori!


Il turismo di massa fa leva sui bisogni del viaggiatore che vuole avere l’illusione di essere stato in posti lontani ed “esotici” ma senza aver incontrato un solo autoctono (se non magari come cameriere o donna delle pulizie), continuando a mangiare il cibo di casa e avendo tutte le comodità a cui è abituato nella quotidianità. L’uomo di oggi, forse abituato ai ritmi imposti dalla vita di oggi, vive anche le ferie in questo modo: il viaggio diventa un modo per ottenere un certo riconoscimento sociale, è un’esigenza di status. Non c’è più niente da scoprire, non c’è il tempo di provare nuovi piatti, di lasciarsi incantare da nuove storie, l’importante è partire: quello che non assaggeremo lo proveremo nel ristorante esotico sotto casa, quello che non vedremo lo sfoglieremo con calma su un catalogo online.

Di questa deresponsabilizzazione del turista-pacco postale non se ne può più. Da secoli si parla di etica del lavoro. Forse è giunto il tempo di parlare anche di un’etica dello svago. Ma l’educazione al turismo sembra essere un concetto ancora ostico. La logica del “pago dunque pretendo”, purtroppo molto diffusa, corrisponde alla mentalità liberista dell’ “io vado dove, come e quando mi pare” Un atteggiamento poco simpatico, in generale. Il modello di sviluppo turistico imperante è ancora quello di un turismo che brucia le destinazioni, distruggendo le sue stesse condizioni d’essere. E’ un tipo di turismo che non pone limiti alla propria crescita, fino a quando non ha rubato anima e corpo ai luoghi che tocca. (Duccio Canestrini,  Andare a quel paese. Vademecum del turista responsabile.)

E’ necessario diventare consumatori critici e fare un turismo che invada, modifichi, alteri il meno possibile l’ambiente e la cultura della comunità ospitante. E che al contrario favorisca, assecondandone le peculiarità, lo sviluppo locale.Bisognerebbe ritrovare il piacere della scoperta, rifuggendo la sfera d’isolamento che ci offre l’industria turistica, riuscire a destinare i nostri soldi allo sviluppo e al mantenimento della realtà locale, eliminando tutte le barriere che ostacolano il contatto con l’altro: ogni territorio ha la sua identità, la sua specificità, ha una propria cultura dell’accoglienza, ha le proprie peculiarità che non sono solo folklore, come l’industria mediale ha edificato nella nostra mente, ma frutto di un pensiero, di una costruzione culturale millenaria, di un modo di vivere che possono farci scoprire un diverso approccio alla vita. La mercificazione delle tradizioni locali, la perdita di autenticità, la standardizzazione dei prodotti e dei servizi offerti e l’ostilità turista-comunità locale, sono senza dubbio i peggiori effetti del sistema liberistico del turismo.

Come affermava già Abdelwahab Bouhdiba trent’anni fa: «il turismo inietta il comportamento di una società del superfluo all’interno di una società del bisogno. Ciò che il turista medio consuma in Tunisia in una settimana, in quantità di carne, burro, prodotti caseari, frutta e dolciumi è equivalente a ciò che due tunisini su tre mangiano in un anno intero».
Il turismo può distruggere il turismo: rendendo tutto posticcio, preconfezionato e maledettamente uguale. Occorrono giusti limiti, la giusta consapevolezza per evitare un appiattimento globale.
E’ tempo di buone pratiche. Bisogna educare e responsabilizzare al viaggio. Il turismo consapevole non può e non deve diventare un settore dell’industria turistica, ma è ciò che dovrà diventare l’intero comparto turistico: una riscoperta attenta e curiosa che rispetti le differenze naturali, culturali e antropiche del mondo. Aprirsi senza remore all’incontro dovrebbe diventare l’unico souvenir da riportare a casa.

Viaggiare è qualcosa di diverso. Bisogna darsi tempo. Chi pensa di fare tutto in tre giorni, visitando ogni ora qualcosa, ha finito di vivere il viaggio, non può mai lasciarsi andare. Bisogna prepararsi alla scoperta, leggere qualcosa di bello, ritrovare la poesia del viaggio. (www.vita.it/societa/tiziano-terzani-quando-parto-cambio-occhi.html, 29/03/2002)

È per questo che alla fine degli anni ’80 nasce un nuovo approccio al turismo: il turismo responsabile, caratterizzato da una duplice preoccupazione per l’ambiente, il turista responsabile infatti deve evitare di danneggiarlo, e per le popolazioni che abitano nella località visitata; il turista responsabile in questo caso deve avere un atteggiamento rispettoso della cultura locale e deve garantire anche il benessere della popolazione, capita infatti spesso che i ricavi dell’industria turistica rimangano in mano all’imprenditore o al gestore, senza vero vantaggio per la gente locale.
Una nuova maniera di viaggiare, che nasce dalla voglia di mettersi in gioco, di arricchirsi, dalla possibilità di scoprire e lasciarsi scoprire, una nuova etica del viaggio che intende sintetizzare un’attenzione a se stessi, un autocontrollo culturale e un’interesse nuovo verso gli altri e l’ambiente; turismo responsabile implica dunque un atteggiamento politicamente cosciente verso quello che si sta compiendo: andare lentamente, lasciar fluire le emozioni, preferire una pensione familiare al grande albergo (in modo tale che i soldi restino sul posto), l’incontro cercato, voluto, con la gente autoctona. Viaggiare con gli occhi aperti e, se non altro, limitando i danni, restituendo ai locali il diritto di sentirsi protaginisti a casa propria.

Secondo la dichiarazione di Cape Town del 2002 il turismo responsabile, anche se può assumere diverse forme, è sempre costituito da viaggi che:

1. minimizzano i negativi impatti ambientali, sociali e culturali;
2. generano maggiori benefici economici e migliorano il benessere della comunità locale;
3. coinvolgono la comunità ospitante nelle decisioni;
4. contribuiscono alla tutela dell’eredità naturale e culturale e al mantenimento della diversità;
5. forniscono migliori esperienze ai turisti attraverso un rapporto più coinvolgente con la comunità ospitante e la comprensione della cultura locale e dei problemi ambientali;
6. facilitano la mobilità delle persone diversamente abili;
7. favoriscono il rispetto reciproco tra turisti e locali.

(Cape Town Declaration, http://www.capetown.gov.za/en/tourism/Documents/Responsible%20Touris/Toruism_RT_2002_Cape_Town_Declaration.pdf, Agosto 2002)

 

Il turista responsabile abbandona l’egocentrismo del turista massivo, riconoscendo la centralità della comunità locale e il suo diritto ad essere protagonista in casa propria.

Il turismo responsabile è un turismo dolce, rispettoso, ambientalmente accettabile, che tiene nella massima considerazione possibile il paese di destinazione e la sua gente. E’ un modo di viaggiare alle cui radici ci deve essere un’etica profonda e non basta uno zaino o un sacco a pelo: è un turismo finalizzato ad esperienze di crescita interiore e condivisione, che nasce con il parere favorevole delle comunità ospitanti, affinché esse non vengano colonizzate culturalmente e finanziariamente e restino padrone della loro vita.

 Un modo di viaggiare etico e consapevole, che va incontro alla persona e alla natura con rispetto e disponibilità per riuscire a trasmettere la capacità di aprirsi all’incontro, a stili di vita differenti, disponibilità a rallentare i ritmi e rifiuto della voracità del turismo predatorio, dei pacchetti “all-inclusive” (www.viaggiemiraggi.org)

 

GRAZIE A MARTINA IMBESI! <3

 

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