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Storia antica

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Scarse sono le notizie che abbiamo sulla preistoria tunisina; pare che l’uomo (in senso molto lato) vi sia comparso all’inizio del Quaternario. L’ambiente subì successivamente grandi trasformazioni climatiche, passando da condizioni nettamente tropicali e umide a fasi più temperate che modificarono nel profondo tanto la flora quanto la fauna: risalgono al IX millennio le prime tracce della presenza dell’Homo sapiens in Africa settentrionale, mentre tra il Paleolitico e il Neolitico nacque attorno a Gafsa la prima civiltà fondata sulla caccia e sull’utilizzo della pietra: rudimentali utensili in pietra scoperti vicino a Kebili risalgono a circa 200 mila anni fa.

Fu però in seguito all’inaridimento di tutta la regione del Sahara (attorno al III millennio a. C.) che popolazioni che già abitavano lì o quelle provenienti dall’oriente egiziano furono spinte ai bordi della nuova area desertica e si fusero con l’originario ceppo di Gafsa: prese così vita un nuovo gruppo etnico chiamato protolibico.

Circa 10 mila anni fa vi subentrarono delle tribù provenienti dall’Asia occidentale che si insediarono nella Tunisia meridionale e svilupparono una cultura sofisticata con un proprio linguaggio e forme artistiche. Vissero in quell’area fino al 4500 a.C. e, oltre ad essere cacciatori, iniziarono a sviluppare forme di agricoltura e ad addomesticare varie specie animali. Antichissimi siti archeologici in quell’area dimostrano che già all’epoca quelle genti avevano un proprio credo religioso ed eseguivano vari riti tra i quali la sepoltura.

Forse i berberi, cioè i nordafricani indigeni non arabi, discendono da queste popolazioni; poco si sa di loro fino al 1100 a.C.; il loro nome deriva forse da barbaroi che in lingua fenicia indicava tutti gli stranieri a cui si attribuiva una lingua incomprensibile simile ad un balbettio.

Il modo di vivere di queste popolazioni locali rimase, tuttavia, con ogni probabilità ancora primitivo e neppure la fondazione di Utica (XII sec. a. C.) come porto di transito utilizzato dai Fenici nelle rotte mediterranee verso Gibilterra ebbe un impatto di rilievo per lo sviluppo della regione; gli scambi con i berberi furono saltuari, mentre i Fenici alternarono il commercio con la pirateria, secondo un’impostazione tipica dell’epoca che non distingueva nettamente le due attività

L’epoca punica ebbe inizio nell’814 a. C. con la fondazione mitologica di Cartagine, Qart Hadasht, cioè “città nuova”.

La leggenda vuole che Didone (Ellissa), principessa di Tiro (oggi in Libano) perseguitata dal fratello Pigmalione che ne assassinò il marito Sicheo, fuggì dal suo paese natale. Approdò sulle coste della Mauritania, l’attuale Tunisia e supplicò il re, Iarba,  di assegnarle un pezzo di terreno grande come la pelle di un toro. Lui acconsentì e Didone tagliò la pelle del toro in striscioline sottilissime e le usò per circondare la collina di Byrsa, dove poi fu costruita Cartagine.
Iarba, adirato per l’inganno ma preso dalla bellezza di Didone, la chiese in moglie. Secondo le narrazioni più antiche (ne parla ad esempio Giustino nel III secolo d.C.), dopo aver finto di accettare le nozze, Didone si uccise con una spada, invocando il nome del suo defunto marito.
Didone venne divinizzata dal proprio popolo con il nome di Tanit. Per i Cartaginesi era dea della fertilità, dell’amore e del piacere, associata alla buona fortuna, alla Luna e alle messi. Nella mitologia fenicia era simile ad Astarte, la dea madre. Nella religione greca, Tanit era paragonata ad Afrodite, ad Artemide e a Demetra, dea delle messi e dei raccolti. Nella lingua egizia il nome di Tanit potrebbe essere letto come “Terra di Neith“, e Neith era una divinità legata anche alla guerra. Non esiste certezza riguardo alla pronuncia del nome della divinità, chiamata TNT in lingua fenicia e punica (non veniva resa la vocalizzazione). Alcuni studiosi ritengono potesse chiamarsi Tinnit; il nome Tanit (pronunciato Tànit o Tanìt) si diffuse grazie al successo dell’opera Salammbô dello scrittore Gustave Flaubert.
Il simbolo di Tanit era la piramide tronca portante una barra rettangolare sulla sommità. Su questa barra appaiono il sole e la luna crescente. Questo simbolo può essere osservato nella maggior parte delle steli delle necropoli puniche, dall’Africa Mediterranea, alla Sardegna, alla Sicilia, alla penisola Iberica.

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Ci parla di Didone anche Virgilio nell’Eneide ma stravolge un po’ la storia: nella versione virgiliana sotto l’influenza della sorella Anna, di Venere e Giunone, Didone si innamora di Enea giunto naufrago a Cartagine con il suo popolo (I e IV libro dell’Eneide). È a lei che l’eroe troiano racconta le vicende vissute a partire dalla fine di Troia . La Fama diffonde fino a Iarba, re dei Getuli, la notizia del loro amore, che era stato consumato in una grotta; Iarba invoca suo padre Giove Ammone, perché fermi Enea che insidia la regina, o piuttosto le sue mire su Cartagine. Tramite Mercurio, Giove impone la nuova partenza all’eroe troiano, che lascia Didone dopo un ultimo terribile incontro, in cui lei lo maledice e prevede eterna inimicizia tra i popoli (inimicizia che infatti porterà, secondo Virgilio, alle Guerre Puniche tra Roma e Cartagine). Poi, sviata la sorella Anna con delle scuse, disperata si uccide con la stessa spada che Enea le aveva donato, gettandosi poi nel fuoco di una pira sacrificale.
Enea incontrerà poi di nuovo la regina nell’Ade, nel bosco del pianto (VI libro), e manifesterà sincero dolore per la sua repentina fine, non meno, forse, che immutata incapacità di comprenderne e ricambiarne l’amore e la dedizione; ma l’ombra di Didone non lo guarderà neppure negli occhi e resterà gelida, rifugiandosi poi dal marito Sicheo, con cui si era ricongiunta nell’oltretomba.

Sembra però che, leggenda a parte, la fondazione della città sia più antica e dovuta al fatto che i fenici avessero bisogno di una base di appoggio nella loro rotta tra l’attuale Libano e l’attuale Spagna, dove c’erano le miniere d’argento.
L’insediamento si trasformò presto in un potente stato. In realtà, poco si conosce della storia di Cartagine fino al V sec. a. C., quando divenne la prospera capitale di un vasto impero. Essa costellò progressivamente le regioni vicine di proprie colonie (Leptis Magna in Africa, Cagliari, Palermo), ma dovette spesso fare i conti con la temibile concorrenza militare e commerciale dei Greci (specie dopo la fondazione di Marsiglia) e degli Etruschi.
Il predominio sull’entroterra maghrebino non fu particolarmente esteso; Cartagine si accontentò di relazioni amichevoli con i capi delle tribù berbere e, spesso, favori matrimoni fra questi ed esponenti della propria aristocrazia, riuscendo in tal modo ad assicurarsi il controllo dell’attuale Tunisia. Continue guerre si svolsero invece per il predominio nel Mediterraneo occidentale, e se da un lato un condominio etrusco-cartaginese venne instaurato nel Tirreno, dall’altro Cartagine non fu capace di evitare una dura disfatta in Sicilia a opera dei Greci; fra il V e il IV secolo a. C. essa riuscì comunque a dominare i traffici verso Marsiglia, la Gallia e la Spagna fino all’Irlanda e a controllare il commercio dell’oro con il Sudan, spingendosi fino al golfo di Guinea. Attratta dal desiderio di conquistare la Sicilia per la contiguità geografica e la posizione strategica dell’isola, essa stentò qui ad affermarsi, tanto che nel 308 respinse a mala pena dal proprio territorio le incursioni dei Siracusani.
Quando, infine, riuscì a impadronirsi di Messina (270), si trovò a contatto diretto con Roma: l’incontro con la città laziale, già allora in piena espansione, si tradusse presto in un lungo conflitto armato.

La guerra scoppiò nel 263 a.C. e si concluse nel 242 a.C. quando la flotta romana sconfisse le navi nemiche nelle acque del lago di Trapani. Privata delle sue navi Cartagine fu costretta ad abbandonare la Sicilia e nel 238 a.C. anche la Sardegna e la Corsica. Inoltre i problemi di Cartagine si fecero ancora più grandi a causa del mancato pagamento ai mercenari che quindi insorsero.

La seconda guerra punica iniziò nel 218 a.C. e fu Cartagine a sferrare l’attacco. Il generale Annibale, figlio di Amilcare Barca il generale della prima guerra punica, invase la Spagna e attraversò le Alpi con 90 mila fanti, 1200 cavalieri e 37 elefanti. Durante il tragitto l’esercito rimase di 23 mila uomini e 17 elefanti. Nella storica battaglia di Canne del 216 a.C., anche se in netta inferiorità, Annibale riuscì quasi a sbaragliare l’esercito romano. Nei 10 anni seguenti Roma evitò lo scontro diretto finché mandò il generale Scipione a riconquistare la Spagna e ad attaccare Cartagine, costringendo Annibale a lasciare l’Italia. Annibale e Scipione si scontrarono a Zama nel 202 a.C. e Annibale fu sconfitto.

Sull’inizio della terza guerra punica c’è un aneddoto e Marco Porcio Catone  viene considerato l’artefice dello scoppio della terza guerra punica: durante una missione d’inchiesta a Cartagine nel 157 a.C. fu dolorosamente colpito dalla ritrovata prosperità di Cartagine e da allora divenne l’artefice della sua distruzione: Carthago delenda est . I senatori tuttavia non erano decisi a lanciarsi in una guerra costosa. Catone utilizzò un sotterfugio che è stato riferito dall’abate Lhomond, grammatico del XVIII secolo, nella sua opera in latino De viris illustribus urbis Romae a Romulo ad Augustum: portò alla curia un fico precoce e, scuotendo la toga, lo fece vedere a tutti; siccome i senatori ne ammirarono la bellezza, Catone chiese loro quando pensavano che fosse stato raccolto. I senatori affermarono che sembrava freschissimo. «Eppure sappiate che è stato colto tre giorni fa a Cartagine; ecco quanto siamo vicini al nemico».
Cartagine infatti era solo a tre giorni di navigazione da Roma. Quest’arringa inquietò i senatori che si decisero a dichiarare guerra.
La terza guerra punica iniziò nel 149 a.C. quando i romani approdarono a Utica. La città cadde dopo 3 anni e fu rasa al suolo. I romani ne presero possesso e Cartagine divenne la provincia romana d’Africa con capitale Utica.

Una cosa curiosa è che nel 1985 Ugo Vetere, sindaco di Roma e Chedli Klibi, sindaco di Cartagine si sono incontrati a Tunisi per sancire la fine della terza guerra punica dopo 2131 anni!

Poco note sono le caratteristiche della società punica. Le istituzioni erano dominate dalla classe oligarchica tanto che solo Annibale, dopo la sconfitta subita a Zama da parte dei Romani, venne sostenuto dall’assemblea del popolo nel tentativo di riformare lo Stato.
Una delle maggiori debolezze dell’Impero cartaginese era l’esercito, nelle cui fila si contavano moltissimi mercenari. In campo religioso Cartagine evidenziò appieno la tendenza al sincretismo mescolando influenze greche ed egizie; praticò l’uso di sacrifici animali e forse umani, e diffusissima fu la superstizione, nella convinzione che il mondo fosse abitato da potenze sovrannaturali ostili, dalle quali era necessario difendersi ricorrendo ai più diversi amuleti.

Roma lasciò però una parte della regione ai numidi, un regno berbero che aveva subito l’oppressione cartaginese. Sotto la guida di Massinissa, i numidi avevano creato un regno che andava dall’Algeria occidentale alla Libia. Alla morte di Massinissa i romani cercarono di ridimensionare il regno dividendolo tra i suoi 3 figli. La pace durò finché il nipote, Giugurta, non riuscì a riunificare la Numidia. Egli si rese responsabile di un massacro di alcuni mercanti romani causando una guerra che durò dal 112 a. C. al 105 a. C. fu infine tradito dal suocero e giustiziato dai romani. Il regno dei numidi fu diviso in 2 parti: una metà con capitale in Algeria e l’altra con capitale a Zama. L’ultimo dei sovrani di Zama, Giuba I, si schierò dalla parte sbagliata in occasione della guerra civile a Roma tra Cesare e Pompeo e fu sconfitto da Cesare nel 46 a.C. a Tapso.
Nel 44 a.C. Cesare rifondò la città romana di Cartagine che divenne capitale della provincia d’Africa.
L’agricoltura assunse un ruolo sempre più importante, diventò il “granaio d’Africa” e questa provincia forniva la maggior parte degli animali selvaggi utilizzati per gli spettacoli gladiatori oltra a meri di varia natura: schiavi, oro, olio, piume di struzzo.
All’inizio del V secolo il potere di Roma era in declino e il re dei vandali Genserico, si accinse alla conquista del Nord Africa. Nel 429 giunse in Africa e con il suo popolo iniziò a distruggere tutto quello che avevano costruito i romani.

Nel 439 conquistò Cartagine che divenne la capitale di un nuovo stato che occupava l’intera area della Tunisia odierna. Il suo fondatore si espanse fino alla Sicilia, Sardegna e Italia e nel 455 fece pure il sacco di Roma.
Nel 533 l’imperatore d’oriente Giustiniano mandò il generale Belisario all’attacco dei vandali: vicino all’attuale Tunisi riuscì a sconfiggerli e iniziò il dominio bizantino che durò 150 anni.
Così come i predecessori, anche i bizantini si trovarono in una situazione di instabilità e continuo stato di assedio tra i berberi e gli ammutinamento dell’esercito.
La religione cristiana arrivò in Africa da Roma e ci furono migliaia di convertiti al cristianesimo anche tra le tribù berbere e durante il III secolo subirono anche dei martiri.

 

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Michela

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